Coronavirus, per fermarlo è necessario staccare la spina al capitalismo

Renato Guttuso, I monatti

Da ipocondriaco che ha la fortuna di essere libertario, dico che il nuovo Coronavirus Covid-19 non può essere la buona scusa per lasciare spazio all’autoritarismo. Servono, o meglio, sarebbero serviti provvedimenti seri e rigorosi, ma soprattutto RAZIONALI.

Essendo la salute precondizione necessaria all’esercizio di qualsiasi altra libertà, la tutela della salute pubblica è l’unico motivo valido per consentire allo Stato di prendere misure restrittive delle libertà dei cittadini. In casi di emergenza sanitaria, meglio qualche restrizione prima, che il disastro poi.

Sarebbe stato sufficiente mettere in quarantena tutti le persone arrivate in Italia dalla Cina, valutando però – con la diffusione del virus in altri Paesi – la chiusura totale degli aeroporti. Sembra brutto eh? Eppure trovarsi ricoverati in terapia intensiva non sembra essere molto più divertente.

Una volta però che il virus è penetrato sul territorio nazionale, non sarebbe stato sbagliato chiudere scuole, università, uffici pubblici, trasporti pubblici e medie e grandi imprese private. E non solo nelle aree dove già si sono registrati casi, come sta facendo il governo, perché attendere che si verifichino casi prima di agire, significa mettere in conto potenzialmente altre decine se non centinaia di morti.

Purtroppo l’unica razionalità che abbiamo seguito e continuiamo a seguire è quella delirante e impersonale del capitale, che non prevede rallentamenti nemmeno in caso di emergenza sanitaria.

Ora non resta da fare altro che tamponare, ma non siamo disposti a fare nemmeno quello – dall’alto perché chi deve accumulare ricchezza non osa fermare la macchina dell’economia e dal basso perché siamo talmente tanto assuefatti dal consumismo che smettere di consumare ci è impossibile. Quindi è impossibile mettere tra parentesi il lavoro e la produzione, ma anche il consumo ovvero gli svaghi-consentiti/obbligatori.

In tutto ciò, il sistema sanitario nazionale – in epoca neoliberale – gravemente colpito da tagli e privatizzazioni, non è in grado di fare fronte a vere e proprie emergenze sanitarie come quella in cui stiamo sprofondando.

Detto questo, lo ribadisco, nonostante l’estrema gravità della situazione, è necessario contrastare ogni rigurgito autoritario, non solo perché la libertà vale più di qualsiasi altra cosa, ma anche perché dietro i proclami di certi ducetti, non c’è assolutamente nulla. Non ci sono soluzioni e non c’è né la capacità né la volontà di fare l’unica cosa utile a tamponare l’emergenza: staccare la spina al capitalismo.

Questa storia finirà con diverse migliaia di vittime e nessun cambiamento nel sistema o nelle nostre scellerate abitudini.

Vale la pena però di ricordare una cosa. Alla fine del XIX° secolo, il padre della moderna microbiologia, Louis Pasteur, che aveva sempre sostenuto il contrario, arrivò ad ammettere che «Claude Bernard aveva ragione, il terreno è tutto, il microbo è nulla».

Di fronte ad una malattia, molto dipende anche da noi, dal nostro corpo e azzardo – pur da irriducibile materialista radicale – anche dal nostro spirito, qualsiasi cosa si voglia intendere con la parola “spirito”.

Mattia Da Re

Ciao Mauro, non ti dimenticheremo…

Cittadino del mondo, artista,
amante della natura e della libertà

Mauro Magagna se n’è andato, un incidente in montagna gli è stato fatale. Non penso che Mauro credesse al destino, semplicemente è andata così e ora chi ha avuto la fortuna di conoscerlo non può che ricordarlo con affetto. Del resto non è una persona che si scorda facilmente, non passava inosservato e non poteva non lasciare il segno, perché con la sua voglia di comunicare e con il suo bisogno di esprimersi – certo attraverso la fotografia, la sua professione e la sua grande passione, ma anche attraverso la parola e la fisicità – ha sempre travolto chiunque si trovasse di fronte.

E travolgente è stato il nostro primo incontro. Mauro era un artista, un libero pensatore, un rompiscatole. Testardo, ipercritico, sperimentatore e perfezionista. In una parola ERETICO e non è un caso se 10 anni fa, in una fredda serata di dicembre, piombò alla primissima riunione carbonara della nascente “Colognola Eretica” e, senza nemmeno presentarsi, con addosso un piumino fluo e un ciuffo viola in testa, si buttò sul vecchio divano della mia taverna e se ne usci con un’espressione blasfema – che non riporto non per censura o pudore, ma perché la memoria mi tradisce – e poi chiese “allora, che si fa?!

O lo si odiava o lo si amava e io lì per lì pensai qualcosa che doveva suonare un po’ così: “cazzo, questo è fuori, mi piace, non può non far parte della squadra”. Così fu e durante la nostra folle campagna elettorale ci divertimmo non poco a sbeffeggiare il bigottismo e il perbenismo imperanti tra i nostri avversari. Ma non fu solo goliardia, fu lotta politica intensa, dura, radicale. Perché Mauro le cose non le mandava a dire, non aveva paura di denunciare le ingiustizie del mondo, le diseguaglianze, la distruzione dell’ambiente, l’arroganza dei potenti, il becero razzismo e le discriminazioni. Una cosa più di tutte lo faceva incazzare: l’ignoranza, che per lui non poteva essere la buona scusa dietro cui trincerarsi per propugnare le più tremende atrocità. E l’ignoranza l’ha combattuta sempre, promuovendo la cultura, l’arte e la conoscenza.

Era sopra le righe, spesso impulsivo, ma la grande passione per la fotografia – quest’arte che è stata per lui la professione che l’ha portato a viaggiare per il mondo – l’ha costretto a diventare un acuto osservatore. E saper osservare significa anche saper ascoltare e riflettere – doti rare oggi.

Dopo l’esperienza di Colognola Eretica il nostro rapporto non si è interrotto, abbiamo continuato a confrontarci su questioni politiche e sociali e ogni volta che commentava un mio articolo sui social era un piacere per me leggerlo ed era un piacere riscoprire puntualmente di essere in sintonia con una persona che ho conosciuto e riconosciuto come autenticamente LIBERA.

Grazie Mauro, grazie per avermi ascoltato, seguito e supportato in un progetto in cui non ha creduto quasi nessuno e grazie per questi 10 anni di amicizia. Hai lasciato il segno, come solo i veri artisti sanno fare.

Mattia

P.S. Perdonami Mauro se accompagno questo ricordo con 2 vecchie foto del 2010: non sono sicuramente i tuoi scatti più rappresentativi, ma sono tra quelli che ci hai regalato durante la nostra avventura e li conservo con affetto.

Risorgimento Socialista e l’attualità della lotta di classe

risorgimento socialistaNelle ultime settimane molte amiche e molti amici mi chiedono il perché della mia adesione a Risorgimento Socialista, un partito di sinistra socialista che ha come punti fermi la centralità della Costituzione e la sovranità popolare e che lavora per superare l’attuale modello economico-sociale e per costruire una alternativa ecosocialista, democratica e libertaria. Una realtà che esiste dal 2015 e che è tra i fondatori di Potere al Popolo, progetto nel quale continua ad impegnarsi, pur avendo una propria autonomia (certificata da uno straordinario documento politico di quasi 200 pagine, scaricabile QUI). Le persone che mi chiedono conto della mia scelta, sono un po’ le stesse che da tempo mi spiegano che la mia analisi sull’attuale situazione politica globale e le soluzioni che da qualche anno ipotizzo, sono superate: sarebbero i frutti avvelenati delle ideologie del secolo scorso, a partire dal concetto di lotta di classe, che sarebbe qualcosa di profondamente sbagliato, se non addirittura pericoloso, in quanto divisivo.

Cercherò di spiegare perché le perplessità circa la mia adesione a Risorgimento Socialista derivino banalmente da errate ma purtroppo ben radicate convinzioni sul concetto di lotta di classe.
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Personalmente trovo la questione abbastanza semplice, ci sono diseguaglianze profonde ed è necessario lottare per superarle. Ci sono persone costrette a vivere con la preoccupazione di non riuscire a pagare l’affitto, con il terrore di non avere una assistenza sanitaria adeguata, con la disperazione di non avere una occupazione stabile e dignitosa…e poi ci sono persone che tutti questi problemi semplicemente non li hanno, perché dispongono di ricchezze, spesso enormi, che consentono loro di vivere una vita serena. Che poi è quello che chiunque vorrebbe. Ci sono persone che nascondo in famiglie facoltose e che per questo avranno la vita in discese e poi ci sono tutti gli altri, che solo con enorme fatica e parecchia fortuna potranno sperare di riuscire a condurre un’esistenza serena e soddisfacente.

Consentire a chiunque di vivere una vita potenzialmente serena è il senso della lotta di classe, per come io la interpreto e non mi sembra né un concetto superato, né e – tanto meno – un concetto “divisivo”, a meno che non si consideri “divisiva” la legittima aspirazione all’emancipazione e al miglioramento delle proprie condizioni di vita, in armonia con la società e con l’ambiente.

Parlo di emancipazione in sintonia con l’ambiente e lo considero un punto non secondario: un sistema-pianeta chiuso e con risorse e spazio non illimitati, è incompatibile con l’accumulo illimitato di ricchezze e solo politiche di radicale redistribuzione della ricchezza possono consentire a chiunque di vivere una vita dignitosa.

Nel 2018, nel mondo, 26 individui possedevano la ricchezza di 3,8 miliardi di persone. Sempre lo scorso anno, In Italia il 5% più ricco deteneva la stessa ricchezza posseduta dal 90% più povero. La minoranza più ricca possiede, oltre che i mezzi di produzione, anche i mezzi di comunicazione; ricopre cariche politiche e istituzionali; si è formata in importanti università private, magari all’estero, e dispone di conoscenze e tecniche (a partire da quelle in campo medico) che non sono alla portata di tutti.

Se parlare di “lotta di classe” oggi sembra qualcosa di cui vergognarsi è semplicemente perché l’immaginario in cui ci muoviamo è plasmato da una minoranza che tutela i propri interessi e lo fa, spudoratamente, contro la maggioranza. Se rivendicare i propri diritti e mettere un freno all’appropriazione di ciò che è necessario agli altri per vivere, non è più considerata questione di “giustizia sociale”, ma di “invidia sociale”, è perché è la minoranza benestante a definire il senso e il significato delle parole e delle azioni.

La lotta di classe è combattuta – senza essere nominata – ogni giorno e con ferocia dalla ricca minoranza, che spinge per arricchirsi sempre di più, sia attraverso l’approvazione di leggi a proprio favore (l’esempio più clamoroso è la Flat Tax, provvedimento per altro incostituzionale), sia destreggiandosi tra le maglie della legge (come nel caso dell’elusione fiscale o delle delocalizzazioni), se non direttamente infrangendo la legge (come nel caso dell’evasione fiscale, del lavoro nero, del mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro ecc ecc) e contando sull’impunità assicurata quasi sempre a chiunque possa permettersi degli ottimi avvocati. Non sono forse questi intenti e comportamenti divisivi? Lo sono, visto che mirano ad acuire le differenze sociali e a gettare nella precarietà, nella povertà e nella disperazione la maggioranza della popolazione. Eppure vengono presentati come moti di libertà individuale, di successo, di affermazione del merito e dell’ingegno (e della furbizia): sono i pilastri valoriali della società, imposti dalla minoranza che ne beneficia e assorbiti e fatti propri dalla maggioranza che li subisce.

La lotta di classe è quindi oggi più necessaria che mai e il primo compito di chi lotta è quello di smascherare gli inganni del pensiero e del linguaggio, tornando a chiamare le cose con il proprio nome e offrendo alla maggioranza, ovvero al popolo, un orizzonte ideale più desiderabile di quello imposto dalla minoranza, ovvero dagli oligarchi.

Parlando di lotta di classe, non bisogna farsi ingannare dai progressisti che cercano di spostare l’attenzione su altro. Quando ci dicono, per esempio, che le battaglie per i diritti civili sono trasversali rispetto alla condizione economica, non dobbiamo scordare che dopo aver combattuto (e magari addirittura vinto) una battaglia importante, anche all’interno di una schieramento progressista la maggioranza (di solito la base militante) tornerà a fare i conti con le bollette, con le scadenze, con l’affitto, con il dentista e la minoranza (di solito la classe dirigente) tornerà ad occuparsi di affari, di cene costose e aperitivi alla moda. La scelta dei temi, dei tempi e l’organizzazione, dipenderà sempre da chi si trova nelle condizioni materiali di potercisi dedicare. Ancora una volta, anche all’interno dei movimenti progressisti, è una minoranza privilegiata a dettare l’agenda politica e non è un caso se sono gli stessi movimenti progressisti in Europa a privatizzare e a demolire il welfare e a negare alla maggioranza la possibilità di potersi occupare con serenità alla vita politica della comunità. I tiepidi progressisti, in termini di miglioramento della qualità della vita, non portano nulla alla maggioranza dei cittadini: hanno sposato in pieno il modello capitalista e considerano le diseguaglianze un dato di fatto naturale e ineliminabile. Ciò che li distingue dai conservatori e dalle destre reazionarie sono le posizioni sui cosiddetti diritti civili, che sono certo importanti ma sono diventati terreno di scontro interno al sistema che opprime le masse e non rappresentano un modello alternativo.

Qualcosa di molto simile si può dire sulle questioni ambientali. Il mondo progressista si dice preoccupato per le crisi ecologiche in atto, ma a questa preoccupazione non corrisponde il necessario e urgente cambio di rotta. Non sarà la green economy promossa dai progressisti e sostenuta dalle grandi multinazionali – campionesse di greenwashing – a salvarci. Il capitalismo verde è sì una opportunità, ma non per l’ambiente e per il popolo: lo è per la solita minoranza che si arricchisce alle spalle delle maggioranze. Non c’è futuro e non c’è salvezza senza il superamento del modello attuale e anche in questo caso la lotta di classe è più necessaria e attuale che mai: è provato infatti che, se è vero che sul lungo (ma nemmeno troppo) periodo l’intera umanità è a rischio a causa dell’inquinamento e del riscaldamento globale, nell’immediato a subire gli effetti della crisi ecologica sono gli strati più poveri della popolazione.

Alla luce di tutto questo, impegnarsi a consolidare una comunità politica eretica, che metta in discussione radicalmente il sistema in cui siamo immersi, che voglia divenire strumento di emancipazione nelle mani delle classi subalterne, ovvero della stragrande maggioranza delle persone, sembra essere l’unica scelta sensata per chi non voglia lasciarsi schiacciare da una realtà sempre più asfissiante in cui gli individui hanno perso la dignità di cittadini, di protagonisti – insieme e al pari di tutti gli altri – nella costruzione di una società democratica, egualitaria ed eco-compatibile, per divenire semplici consumatori di merci e spettatori (e bersaglio) di scelte politiche prese dalla solita minoranza. Iscrivetevi in tante e in tanti, vi aspettiamo!

Mattia Da Re